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“L’essere europei – ha detto in questo contesto la Bonino - ci impone un obiettivo preciso: portare al 60% il tasso di occupazione femminile entro il 2010”.  “In Italia – continua - siamo molto lontani dal traguardo: il tasso è fermo al 46,3%.

I dati Istat purtroppo parlano chiaro: nel 2006 in Italia 7 milioni di donne in età lavorativa erano fuori dal mercato del lavoro. Il che rappresenta un gap importante.

E aggiungiamo: siamo superati dalla Slovenia, da poco nella UE, che è al 61,8%. E il nostro Sud è il luogo europeo dove le donne lavorano meno in assoluto; anzi le donne in quei contesti hanno proprio smesso di cercare lavoro. Vogliamo dire di più? L’Italia ha il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa, ma quelle che lavorano lo fanno più delle altre.
Ogni giorno, compresa la domenica, la femmina italiana lavora, tra casa e ufficio, 7 ore e 26 minuti, un’ora e 10 minuti in più di una donna tedesca. Il 77,7 per cento del lavoro domestico, compresi i classici dello stile, come lavare e stirare, competono alle donne.

Leggiamo dalla stampa internazionale che in Iran il 70% degli studenti sono donne, in un paese dove le femmine valgono “ufficialmente” metà degli uomini. E se la democrazia è tale quando le donne e gli uomini che ne fanno parte vengono considerati uguali, ci si aspetta che un giorno le donne, che hanno studiato il doppio, si emanciperanno e spingeranno la società verso il cambiamento. Ma l’Italia non ha un ‘evoluzione diversa dall’Iran?

“Il “cambio di passo” – dice Bonino - deve riguardare tre fronti principali: le politiche per il lavoro e l’impresa femminile, il sistema di welfare e le politiche di conciliazione, le iniziative culturali”.

Agghiaccianti sono i dati relativi al raggiungimento dei vertici del potere. Anche nel nostro paese a scuola e all’università le votazioni migliori appartengono alle studentesse, eppure solo il 5% raggiunge il board delle aziende.

E su un campione di 133 istituti di credito, i dati riportati dalla Presidenza del Consiglio raccontano che il 72,2 % dei consigli di amministrazione non ha alcuna donna, anche se il 40% dei dipendenti bancari sono donne. Solo nelle aziende sanitarie nazionali crescono le percentuali: 8% dei direttori generali, 20% dei direttori sanitari. In politica: al momento ministre e sottosegretarie erano il 20%, e le deputate solo il 17%.

Curiosità. Uno studio del Censis  (Women and media in Europe, 2006) riporta che in tv trionfa il seguente modello di donna: moda o spettacolo (31,5%), vittima di violenza (14,2%), criminalità e devianze (8,2%). Questo per dire che le donne sono ricordate per la bellezza e per la bellezza “violata”. Protagoniste del male, sia subito che inflitto. Dive del fashion. E la politica? In tv sono 4,8%. Ma la percentuale più alta? Quella delle astrologhe, 20%, contro la letteratura, 10,3%. Il problema quindi è anche intervenire sui mezzi di informazione che danno della donna un’immagine parziale, fuorviante, non reale.

Dove sono allora tutte quelle che cercano di arrivare al massimo della loro carriera, conciliando con sacrifici estremi i tempi di cura familiari con quelli del lavoro? Non fanno notizia, non aumentano lo share, non ci sono. Ecco infine le parole di Bonino a Catania in questi giorni: “Il problema della donna e del lavoro deve essere la priorità della politica, a prescindere da chi vincerà le elezioni.” E aggiunge, scherzando: "Poi c'è la donna che lavora: finché fa la commessa è buona e generosa... appena fa la manager è antipatica come la muffa, ha una vita privata devastata, è divorziata dal marito che ha giustamente sposato la commessa e ha figli cresciuti storti.”

Di questi temi se ne parlerà tra pochi giorni a Milano, il 3 marzo 2008, in un convegno organizzato in collaborazione con l'Università Bocconi dedicato agli stereotipi femminili nella pubblicità e nei media.

In campo internazionale arrivano i buoni esempi. L’effetto “Baby Boom”, il film con Diane Keaton (1989) dove la dirigente rinunciava a tanto della sua carriera perché il bambino, e nemmeno suo, non era gestibile con i tempi della macchina operativa, sembra lontano in America e in Europa, visti i progressi della conciliazione, ma in Italia?  Basti un unico esempio: l'accesso dei bambini agli asili nido in altri Paesi europei è del 50-60%, da noi solo del 9%.

Gli esempi lungimiranti di aziende internazionali come IBM o IKEA  che si preoccupano di mamma e bambini, di mamme e genitori -questa volta i propri ed anziani- fanno quindi del bene all’Italia. Ma l’Italia “al femminile” che lavora è un problema.

“Il lavoro di cura familiare non è riconosciuto e non ci sono politiche efficaci”, recitano i cartelli appesi al convegno di Catania. E a tutti i livelli: soprattutto ai vertici aziendali, dove in realtà la donna, a parità di meriti con l’alterego maschile, il “soffitto di vetro”, ossia quel gradino invisibile nella scala gerarchica, non lo supera quasi mai. Questo per dire: all’Olimpo economico ci vanno gli uomini. E da soli.

Aggiungiamo che la differenza media di stipendio tra uomini e donne a parità di lavoro è, secondo i dati Istat aggiornati a questi giorni, di circa il 9%, che però si amplia molto parlando di manager, tra cui la distanza tocca addirittura il 26%.

Abbiamo raggiunto a Milano un po’ di tempo fa la professoressa Maria Cristina Bombelli, la famosa coordinatrice del Laboratorio Armonia alla Sda Bocconi, in Italia uno tra i testimonial più conosciuti per la sua attenzione ai problemi di leadership al femminile, pari opportunità e diversity.
Il Laboratorio Armonia della Sda Bocconi nasce con lei, che è docente senior dell’Area Organizzativa & Personale, e si occupa di fornire strumenti operativi e modelli per gestire la diversità e le differenze di genere.

Era il 2000 quando Bombelli osservò che in Italia più che altrove l’incidenza delle donne si riduce traumaticamente al crescere delle responsabilità aziendali. Già allora dette delle soluzioni. E aggiornato al 2007, al Laboratorio Armonia aderiscono 26 aziende, che accettano di mettere in pratica iniziative a favore di donne (http://osservatori.sdabocconi.it/armonia/aziende.html).
Si va dalla ABB alla Xerox, passando per Barilla, Bracco, Ibm e Ikea Italia, RCS Mediagroup, solo per citarne alcune. A Cristina Bombelli, le donne in azienda devono molto e tutti noi dobbiamo alla docente la fidelizzazione del concetto di “soffitto di cristallo.”

Che le donne abbiano troppo cuore?

Nella prefazione di Bombelli al bel saggio di Nancy Folbre, “Il cuore invisibile. La donna, la società, l’impresa (Egea 2006, pp.257, E.19,00), la professoressa scrive: “il lavoro al femminile non riesce a prescindere dal cuore, ovvero dalla dimensione della relazione insita e soggiacente ad ogni lavoro.”

In una precedente intervista, la professoressa Bombelli aveva dichiarato che “Alla base ci sono sicuramente delle distorsioni cognitive, ma anche alcuni aspetti oggettivi. Tra le prime c’è la fissazione della maternità. In Italia imprenditori e capi del personale ne sono terrorizzati e, invece, siamo uno dei paesi con la natalità più bassa del mondo, poco sopra 1,2 figli a donna. È paradossale che la gestione della prole sia considerata penalizzante nel progresso di carriera, perché si fa meno problematica al crescere della disponibilità di reddito”.
Questo per dire: una manager non avrebbe problemi a ingaggiare una brava baby-sitter, ma rischia di non diventare mai manager per il sospetto con cui viene vista la maternità.
Bombelli sostiene, però, che spesso le donne mancano di alcune competenze chiave per fare carriera: autostima, capacità di separare l’aspetto relazionale da quello contenutistico, assertività, volontà e capacità di negoziare, capacità di leadership.
La causa prima potrebbe essere un’eccessiva specializzazione, di origine culturale, nella cura e nella relazione, accompagnata da una mancata abitudine a esercitare queste capacità.

“Le donne, più che gli uomini”, ha affermato più volte la studiosa, “tenderebbero a far dipendere l’immagine di se stesse dall’immagine che gli altri hanno di loro e questo causerebbe una reazione a catena che, a partire dalla difficoltà ad alimentare l’autostima, finirebbe per rendere problematico l’esercizio della leadership.”

Sempre Bombelli: “Mentre un uomo non si fa scrupoli a impartire un ordine diretto, per esempio, una donna teme di guastare la relazione e rischia di essere troppo indiretta, minando l’autorità del ruolo.”

Lasciando stare Adam Smith e “la mano invisibile del mercato”, professoressa Bombelli qual è la situazione visibile delle carriere al femminile?
“Mi occupo del segmento alto del management. La percentuale di donne al potere in aziende italiane è bassissima. Nei cda delle aziende la media è del 5%. Siamo l’ultimo paese in Europa. Quando si parla di primo livello, non si va mai oltre il  7% per il manifatturiero, il 9% per i servizi. Noi, al Laboratorio Armonia abbiamo fatto una mappa del potere al femminile attraverso le aziende quotate.”

Cosa possiamo già dire?
“Che il potere in Italia è maschile. Esiste un problema dell’occupazione del potere in Italia, è reale e bisogna esserne consapevoli.”

L’Onu ci ha definito nel 2007 il paese con la peggiore cultura sessista e disparità salariali. Anzi, ci ha denunciato e chiesto novità per il 2008. Dalle UE ci dicono che siamo al penultimo posto nell’Europa a 25. Sotto di noi solo Malta. Penso possa bastare.
“Si guardi le classifiche sul sito del World Economic Forum (www.worldeconomicforum.com). Non è un problema marginale. Sono d’accordo con quanto ha detto il Ministro Pollastrini. E’ un problema del paese intero e non funziona secondo le vecchie regole. Che dicevano: prima risolviamo gli altri problemi e poi questo. Abbiamo la priorità.”

Cosa si deve fare?
“Bisogna cambiare i meccanismi. Sia in azienda che nella pubblica amministrazione. Credo nei meccanismi organizzativi, sono un’aziendalista. Le donne capaci arrivano. E’ dal 1981 che è attestato: le donne hanno un tasso di scolarizzazione più avanzato. Ma badi: nessuno le dirà mai, no una donna no. E’ che quando si arriva a decidere, si sceglie un uomo.”
Il presidente di Assolombarda, Diana Bracco tempo fa aprì un’importante dibattito a Milano con l’argomento: soffitto di vetro. Diceva:  “perché le donne si lasciano ‘plafonare’?”
“Non nella sua, mi verrebbe da dire. La Bracco come azienda è un buon esempio da imitare. Le donne sono tante. E’ poi un’azienda che si interroga. E’ attenta. Forte della competenza sanitaria, l’azienda Bracco fornisce il servizio “Sos genitori anziani”, rivolto ai genitori o suoceri anziani dei dipendenti. I sistemi strutturati sono però quelli delle aziende americane, mi riferisco a IBM o IKEA. L’Italia è imitativa. IBM o IKEA sono aziende che ritengono anche la gestione e l’individuazione delle differenze un’opportunità, non un ostacolo.

Parliamone.
“Non c’era finora in Italia un saggio dedicato al “diversity management”. Guerini Editore ha pubblicato nel 2007 il primo testo italiano, a cura di due ricercatrici della Sda Bocconi, Simona Cuomo e Adele Mapelli (2007, 240 pp., E.25), che si basa su ricerche pluriennali. E’ uno studio completo sulle teorie e l’esperienze di gestione delle differenze. Parlando di Ikea, mi riferisco al modello europeo, che tende a lavorare sui registri culturali. Quello americano, e portiamo pure l’esempio dell’IBM, si traduce nella costituzione di gruppi di diversi (donne, disabili, ecc.).

Nulla di più adatto in una regione come il Friuli Venezia Giulia che ha tra i vari pay-off “l’Armonia della diversità”. Parliamo ora di conciliazione.
“Non sono la persona più adatta, perché chi fa carriera non ha problemi di conciliazione, può avere facilmente la babysitter. I figli sono un ostacolo principalmente per la dedizione che il lavoro ad alti livelli richiede. E per come la maternità è vista ancora con sospetto.

Quindi: posso avere una babysitter ma non far carriera oltre il “soffitto” per come vengo vista io manager con prole. Ma stiamo andando avanti nella consapevolezza e accettazione delle differenze?
“Rispetto a cinque anni fa non è più una cosa da iniziati. Prova ne è che all’interno delle aziende, anche in Ferrari, in Shell Italia, in Kodak ci sono i diversity manager. A volte sono all’interno della direzione del personale, a volte possiedono una forte autonomia funzionale.

In un’intervista lei cita l’intelligente e allegro libretto dei coniugi australiani Allan e Barbara Pease: “Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?” (Sonzogno ed. 2001, pp., E.236, E.13.50). Può ripetersi?
Sorridevo perché i Pease notano che il testosterone non è solo l’ormone dell’aggressività, ma anche della competenza spaziale. Questo per dire che gli uomini in questo frangente hanno un vantaggio biologico. Questo vale anche in azienda: va tenuto conto delle differenze. E non solo di genere. (e.c.)


Per saperne di più sul Laboratorio Armonia e sul curriculum di Maria Cristina Bombelli, come Coordinatrice Scientifica, Docente Senior SDA Bocconi, Esperta di Comportamento Organizzativo, Gestione del Personale e differenze di genere nelle organizzazioni.
http://osservatori.sdabocconi.it/armonia/


Per la conversazione/ video “Un anno per le pari opportunità”, tra il presidente di Assolombarda Diana Bracco e il Commissario Europeo per la tutela dei consumatori Meglena Kuneva, moderata dal direttore del Mondo, Enrico Romagna-Manoja.
(Forum: Economia e società aperta, organizzato da Bocconi e Corriere delle Sera; Milano, 9 maggio 2007, Corriere della Sera, Sala Buzzati, ore 21),
http://mediacenter.corriere.it/MediaCenter
 
Per le iniziative legate alle Pari Opportunità in senso aziendale.
http://job24.ilsole24ore.com
 
Per la situazione ora in Italia, ricche sono le agenzie. Un sito su tutti,
http://www.agi.it/news/notizie

Concludiamo con una frase della Bonino, attualissima in questi giorni, visto la notizia del “feto sequestrato” al Policlinico Universitario di Napoli (ndr. http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/Inchiesta-sull%C2%B4aborto-terapeutico-autopsia)
“Se si mettono insieme gli stereotipi, i dati citati e la campagna sulle 'assassine' (le donne che abortiscono, ndr), è veramente una fotografia sconcertante delle difficoltà di essere donna nel nostro Paese", dice Bonino, contestualizzando che Grecia e Spagna sono ormai più avanti di noi.

(ec)

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